Il Coraggio della Verità

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Dieci domande su mio padre

di Martino Seniga

 

Un’«anima attraversata», una «piccola mente», un «ribelle verso l’autoritarismo comunista», «un bel ragazzo, alto, biondo, con gli occhi chiari, un’aria insolente», «un uomo esemplare» gli aggettivi utilizzati nei libri e negli articoli dei giornali per descrivere mio padre sono spesso incompatibili tra loro e con i miei ricordi (1).

Sono nato nel 1955 e sono stato testimone della vita umana e politica di mio padre a partire dai primi anni Sessanta. In me prevale l’immagine di un uomo determinato, rispettoso delle opinioni degli altri ma allo stesso tempo capace di rischiare tutto per le proprie idee. Certo ribellarsi al gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1954, quando era uno dei responsabili dell’«apparato di riserva», cioè dell’ufficio più segreto e delicato di via delle Botteghe Oscure (2), richiedeva anche coraggio. Lo stesso coraggio lo aveva aiutato quando, combattente garibaldino nella Repubblica partigiana della val d’Ossola, era riuscito a sottrarre ai tedeschi un treno carico di metalli preziosi e quando, nell’aprile 1978, si era offerto in ostaggio alle Brigate Rosse, in cambio di Aldo Moro. Infine, ha sempre avuto il coraggio di rifiutare le tante proposte che non poteva condividere idealmente ed umanamente, anche quando la vita si era fatta difficile perché ai problemi politici si erano aggiunti quelli economici.

Quando da piccolo mi svegliavo in mezzo alla notte, dalla mia camera notavo la luce accesa nello studio dove continuava a lavorare senza sosta. Lo potevo vedere attraverso la porta a vetri seduto alla sua scrivania, contornato di carte. Sulla scrivania c’era sempre un gran mucchio di fogli e documenti in apparente disordine; anche se una delle poche cose di cui si vantava era il fatto che riusciva a ritrovare tutto ciò che cercava. In quegli anni dormiva pochissimo ed era sempre concentrato sull’attività politica e sulle pubblicazioni della casa editrice Azione comune. La militanza a tempo pieno, caratterizzata da uno stato di costante concentrazione sulla politica, era cominciata da tempo, da quando era ancora un promettente giovane funzionario di partito a Roma, nella sede del pci, in via delle Botteghe Oscure. L’ambiente di Botteghe Oscure non doveva essere molto salubre, il suo stomaco ne aveva risentito e soffriva di un’ulcera cronica, che si è portato dietro fino alla fine degli anni Cinquanta. Significativamente la soluzione al problema dell’ulcera (con un riuscito intervento chirurgico) corrisponde temporalmente all’espulsione da Azione comunista, il movimento che aveva fondato, con nuovi compagni, dopo l’uscita dal pci. L’espulsione era stata motivata dal volantinaggio che era riuscito a fare all’interno della Camera dei deputati, in occasione del dibattito parlamentare sulla fucilazione dei capi della rivolta ungherese del 1956, ma ormai Azione comunista stava stretta anche a lui. Le sue idee erano maturate ed aveva aderito, sinceramente e definitivamente, agli ideali della democrazia, socialista e libertaria.

Tornando alla memorialistica ed alla (poca) saggistica su mio padre sono rimasto colpito dalla scarsità e generica uniformità delle notizie riportate. La presentazione del personaggio e degli avvenimenti del 1954 è più o meno sempre la stessa. Un clichè ripetitivo che, senza approfondire i fatti, consente di salvaguardare una sorta di “verità ufficiale”. Fanno eccezione pochi testi, tra questi la Storia del partito comunista italiano di Gozzini e Martinelli (3), alcuni libri di Giorgio Galli, che con mio padre ha condiviso lunghi anni di attività politica e intellettuale, e Lavoro Riservato di Maurizio Caprara, che è riuscito ad instaurare con Seniga un rapporto di fiducia e di stima. Diverso il caso di chi, come Miriam Mafai, era motivato da evidenti ragioni di parte e di partito, e di chi lo ha conosciuto solo per sentito dire e non ha trovato il tempo di parlare con lui e magari formulargli le domande necessarie per verificare o confutare la «versione ufficiale».

È quindi giunto il momento di rispondere ad alcune di queste domande. Cercherò di farlo io, ovviamente dal mio punto di vista e sulla base delle mie conoscenze, ma con l’ausilio dei documenti ritrovati nell’archivio di mio padre (4).

1. Perché il 25 luglio del 1954 Giulio Seniga si dimette dall’incarico di (vice)responsabile dell’«apparato di riserva» del pci?

Il 25 luglio 1954 Giulio Seniga esce per l’ultima volta dalla sede del pci in via delle Botteghe Oscure a Roma. Nella borsa che porta con sè una parte dei fondi segreti, che il partito riceveva regolarmente da Mosca, e alcuni documenti politici. Iniziava così quella che Seniga, nell’introduzione alla terza edizione del suo Togliatti e Stalin (5), ha definito: «una ribellione cosciente e determinata sotto ogni aspetto politico e organizzativo».

Nei mesi precedenti Seniga aveva inutilmente cercato di convincere Pietro Secchia, allora numero due del pci, ad agire contro l’egemonia politica e il culto della personalità di Palmiro Togliatti. Nella lettera che invia a Secchia con le sue dimissioni dagli incarichi di partito, ma non dal partito, chiarisce che quella che ha intrapreso è un’iniziativa motivata dal «malcostume fatto di opportunismo, paura e conformismo che vige nei massimi organismi dirigenti» (6) e che intende agire perché «il movimento operaio italiano è stato un’altra volta imbarcato su una strada in fondo alla quale non ci sarà che il fallimento completo» (7).
A questo punto si possono formulare almeno due ipotesi:

  1. Seniga sperava di obbligare Secchia ad opporsi apertamente a Togliatti anche a costo di uscire dal partito comunista;
  2.  Seniga aveva capito che Secchia non intendeva ribellarsi all’apparato di partito e aveva deciso di dotarsi dei mezzi (danaro e documenti) necessari per costruire un movimento politico militante ed operaista con l’obiettivo di spingere il partito ad un rinnovamento di linea politica e di agevolare un ricambio della dirigenza.

Oggi sappiamo che, tra queste due possibilità, quella che si è avverata è la seconda, anche se non escludo che, per qualche tempo, mio padre abbia sperato nell’avverarsi della prima ipotesi.

Da anni Palmiro Togliatti guidava un partito servo di due culti della personalità, quello del «Piccolo Padre » Stalin e quello del «Migliore», lo stesso Togliatti, che era ad un tempo confidente e complice di Stalin, nell’Internazionale comunista, e leader del maggiore partito comunista al di fuori del cosiddetto blocco comunista. Un partito in cui le voci di dissenso, quando erano ritenute pericolose, erano immediatamente schiacciate. Nel 1954 perfino Secchia, unico possibile antagonista politico del capo, trovava sempre meno spazio, rischiava di perdere il ruolo di responsabile della Commissione centrale di organizzazione e veniva privatamente calunniato. Tra le altre voci messe in giro nel partito e stranamente riprese, con tattica trasversale, dalla rivista «Risorgimento socialista» di cui era responsabile Valdo Magnani (8), c’era persino quella di una propensione omosessuale di Secchia, cosa che in quegli anni era considerata una degenerazione morale gravissima indegna di un dirigente del partito.

Dagli appunti di mio padre risulta chiaro che, nel luglio del 1954, Secchia, sulla via di essere sostituito da Amendola nella responsabilità organizzativa del partito e calunniato per le sue presunte propensioni sessuali, stava subendo gli attacchi con rassegnazione, senza provare a ribellarsi alla tenaglia che lo stava stritolando.

Probabilmente fino all’ultimo Seniga ha sperato che Secchia prendesse in mano la situazione opponendosi a Togliatti dentro o fuori dal partito. Giorgio Galli ricorda che quando mio padre lo aveva incontrato per la prima volta (9) gli aveva parlato di un gruppo di opposizione interna al partito. Forse questo gruppo non esisteva veramente e si basava solo sulla adesione a parole, quasi carbonara, di alcuni militanti e dirigenti che si richiamavano a Secchia ed alle sue posizioni operaiste. Certamente Seniga riteneva che, per sopravvivere nel partito, un gruppo di questo tipo doveva contare su un leader politico della levatura di Secchia.

Insomma Seniga si riteneva “in missione” per conto di Secchia ma probabilmente non aveva mai avuto l’avallo di Secchia.  Davanti al rifiuto ad agire del suo referente politico Seniga ha deciso di fare tutto da solo, cercando di realizzare lui stesso, seppure con obiettivi diversi, quella “svolta” che Secchia non aveva né la forza, né la voglia di fare.

Come appare chiaro dalla lettera a Secchia, Seniga si ribellava essenzialmente al culto della personalità stalino-togliattiano ed all’andazzo politico che vedeva la crescita, all’interno del pci, di una nuova “casta” di funzionari che (anche se non operava nei modi disonesti e truffaldini, che diventeranno la norma per i partiti politici italiani negli anni Ottanta e Novanta) era il riflesso di quella “terza classe” di burocrati di partito che si era andata formando in Unione Sovietica e nei paesi del cosiddetto “socialismo reale” dove, per dirla con George Orwell, «tutti gli animali sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri».

A Pietro Secchia probabilmente è mancato il coraggio di fare quel passo che avrebbe consentito di aprire anche in Italia il dibattito sulla degenerazione del sistema sovietico, sul culto della personalità staliniana e i suoi riflessi italiani. Una scelta che l’ex numero due del pci ha pagato perdendo ogni posizione di potere e restando isolato all’interno del suo stesso partito, ma senza mai rinunciare agli onori delle cariche parlamentari ed istituzionali. Secchia, che è morto a Roma il 7 luglio 1973, è stato regolarmente rieletto al parlamento ed ha rivestito, per alcuni anni, l’incarico di vicepresidente del Senato.

2. Cosa c’era nel «bagaglio che scotta» di Seniga?

Mio padre ripeteva spesso che per fare un’azione politica sono necessari tre elementi: «le idee», «gli uomini» e «i mezzi». Le idee le aveva già, gli uomini, per condurre l’azione politica che aveva deciso di intraprendere, poteva trovarli sia dentro che fuori dal pci e, per quanto riguarda i mezzi, decise di utilizzare i documenti che aveva in consegna e parte dei finanziamenti che arrivavano regolarmente e clandestinamente da Mosca. Sovvenzioni che, in teoria, servivano proprio a condurre e sostenere le iniziative politiche e di lotta della classe operaia italiana. Esattamente quello che aveva in mente di fare e che, in modi e tempi diversi, è riuscito effettivamente a fare.

Nel 1954, le idee di mio padre dovevano essere abbastanza chiare e semplici: riportare il pci al servizio della classe operaia e dei lavoratori. Per farlo era necessario dare uno scossone a quella «casta» di funzionari di partito e onorevoli che stavano trasformando il pci in un partito autoreferenziale, in cui i soldi di Mosca e gli stipendi da parlamentare erano utilizzati per le esigenze dell’apparato e i bisogni dei suoi dirigenti. Insomma la via italiana al comunismo stava proponendo un inquietante ibrido tra la visione accentratrice e totalitaria dello stalinismo e la cultura «mafiosetta» e «clientelare» che tanti danni ha portato al nostro Paese. Ecco che, accanto all’organizzazione del partito di tipo leninista, con le cellule, le sezioni, gli apparati direttivi e di controllo, si facevano strada atteggiamenti, come la propensione a non rispettare sempre le regole e ad applicare la legge del più forte e del più furbo, che caratterizzano gli apparati gerarchici, in cui vige il mito del capo supremo e infallibile.

Non a caso già in quegli anni intorno a Botteghe Oscure si muovevano personaggi i cui interessi si collocavano a metà strada tra la politica e gli affari. Con le dovute distinzioni, si possono citare i fratelli Alfio e Alvaro Marchini e Mario Spallone. Costruttori e palazzinari, ma compagni sicuri ed affidabili, i primi; medico personale di Togliatti e abile affarista il secondo.

Per quanto riguarda gli uomini con cui intendeva realizzare le sue idee, dopo aver capito che Secchia e i suoi fedelissimi non lo avrebbero seguito, contava sui compagni di base (ex partigiani, operai, sindacalisti), su giovani intellettuali (come Giorgio Galli) e su alcuni ex dirigenti del partito, espulsi o emarginati come Bruno Fortichiari. Quasi tutti provenivano dal nord Italia, lontano da quella Roma che gli era sempre apparsa troppo compromessa con i palazzi del potere.

Per trovare, organizzare e motivare questi compagni servivano i mezzi ed ecco che i fondi arrivati da Mosca, a disposizione del partito e non utilizzati per attività politica, potevano tornare ad essere il motore di un movimento capace di condizionare la storia del Pci e la politica italiana degli anni Cinquanta.

La lettera a Pietro Secchia è, a tutti gli effetti, anche un documento di rendiconto amministrativo. Un documento con cui si impegnava a utilizzare i danari arrivati da Mosca solo per attività politiche e certo non per il mantenimento di un apparato di partito, finalizzato ai bisogni dei burocrati ed al benessere della «casta».

Come abbiamo già sottolineato, proprio la necessità di sostenere le azioni delle classi lavoratrici e l’internazionalismo operaio erano le motivazioni addotte per giustificare, in Unione Sovietica e nell’Internazionale comunista, il sostanzioso e continuo fiume di danaro che arrivava ai partiti comunisti occidentali.

Certo i sovietici si aspettavano anche delle contropartite, come le attività di spionaggio verso la nato e il Vaticano, ma sapevano benissimo che quelle che potevano reclutare nei partiti fratelli erano fonti di riserva. Un piccolo flusso di notizie collaterali in cui si poteva trovare, in modo quasi fortuito, qualche notizia buona anche per il Kgb, ma che certo non rappresentava la vera fonte di informazione per l’apparato spionistico dell’Unione Sovietica.

Una volta giunti in Italia i fondi di Mosca potevano essere liberamente utilizzati da Togliatti e Secchia per tutte le esigenze dell’«apparato di riserva».

Per quanto riguarda la consistenza economica della parte che mio padre ha preso con sé, oltre ai riferimenti contenuti nella lettera a Secchia, c’è una testimonianza di Carlo Feltrinelli. Nel suo libro, dedicato al padre Giangiacomo, scrive che Seniga gli ha confidato di aver preso un totale di 421.000 dollari americani (10). Non ho motivo di dubitare di quanto riferito da Carlo Feltrinelli anche perché, forse per ragioni di sicurezza, mio padre non mi ha mai confidato alcuna cifra. Quello che posso testimoniare, per esperienza diretta, è il fatto che negli anni Sessanta la mia famiglia viveva modestamente ma dignitosamente nella casa-ufficio affittata a Milano in via Farini al numero 40. Mio padre aveva deciso di darsi uno stipendio da operaio specializzato ed è riuscito a farlo fino alla fine degli anni Settanta, quando, per la mancanza di fondi, è stato costretto ad interrompere anche l’attività della casa editrice Azione comune. Del resto aveva deciso di vivere tutta la vita da proletario, nel vero senso della parola, e sia lui che mia madre non hanno mai acquistato o posseduto alcun immobile.

Ovviamente nel «bagaglio che scotta» c’erano anche numerosi documenti che gli sono stati utili per condurre la sua lunga battaglia politica, per scrivere i suoi libri e moltissimi articoli, pubblicati su riviste e quotidiani della sinistra socialista e autonomista. Una parte di questi documenti gli sono serviti per difendersi dalle accuse e dalle calunnie più smaccatamente false e per consentirgli di opporsi, per quanto possibile, al tentativo, perseguito con tenacia dall’apparato di partito, di cancellare ogni traccia dell’attività che aveva svolto come partigiano prima e funzionario di partito poi.

3. Che cosa fa nei giorni che seguono la sua rottura con l’apparato comunista?

Una delle formule più utilizzata nella memorialistica su mio padre lo presenta come «fuggito in Svizzera con la cassa del partito». Questa formula, che trovo risibile, dovrebbe prevedere l’esistenza di due distinti Giulio Seniga. Il primo impegnato in una lunga, visibile ed ininterrotta attività politica, con base a Milano; l’altro disperso, dal 1954, in Svizzera con una cassa.

Dopo il 25 luglio 1954 Seniga fa esattamente quello che aveva scritto nella lettera a Secchia ed al partito. Per prima cosa si reca a Milano per incontrare alcuni militanti e compagni con cui è già in contatto. Qualche giorno dopo parte per Parigi, passando dalla Svizzera, dove contava su amici e contatti, risalenti ai tempi della guerra partigiana, e dove lavorava e viveva la sorella Silvia.

A Parigi Seniga incontra, tra gli altri, Guglielmo Usellini, conosciuto durante la resistenza. Usellini antifascista, perseguitato politico e socialista, già segretario generale dei Federalisti Europei era, con Giuseppe Faravelli, direttore di «Critica sociale», rivista socialista fondata da Filippo Turati a Milano. Seniga lo informa dettagliatamente sulle ragioni che lo hanno
spinto ad intraprendere l’importante passo. Gli parla delle future linee che intende seguire. Usellini, conscio anche del pericolo in cui si trovava Seniga, gli consegna una lettera per l’amico Faravelli.

Parigi, 3 agosto 1954
Caro Faravelli, mi rivolgo a te, al Faravelli che è di la da una certa burbera apparenza (così benefica per altri versi) per presentarti un amico che esce, solo, da un’esperienza durissima e che è ora esposto a pericolo di vita. Non posso per iscritto spiegarti i particolari. Invitalo tu a farlo dandogli, te ne prego vivamente, l’impressione che egli può aprirsi con te non come con l’avversario politico ma da uomo a uomo. Egli, compiuto il suo passo che lo mette ora al bando di un certo ambiente, è venuto fin qui per aprirsi e consigliarsi con me sul da fare. Di qui mi è difficile aiutarlo. Però ho trovato in lui la stessa fede e la spessa purezza che gli avevo conosciute ai tempi della lotta partigiana. Ho pensato a te tra i primi fra i miei amici perché so il tuo disinteresse e la tua capacità di comprensione umana. Ripeto, è un caso estremamente grave –come ti renderai conto tu stesso– che merita un po’ di attenzione da parte tua e quel appoggio morale che tu puoi e sai dare. Le ragioni del suo passo attuale mi pare confermino la fiducia che, in tempi difficili, ho subito avuto in lui. Ma giudicherai tu stesso. La sua decisione è grave, ma è anche una speranza. Scusami e credimi con immutata amicizia,

Guglielmo Usellini

Questa lettera testimonia che, fin dal 1954, Seniga intendeva collegarsi e coinvolgere nel suo progetto politico esponenti socialisti e democratici con cui era possibile condividere obiettivi comuni. Un’apertura che derivava anche dall’esperienza fatta nella Resistenza e nella Repubblica partigiana della Val d’Ossola.  Insomma l’iniziativa di Seniga non era una scissione «a sinistra» dal Pci ma piuttosto il tentativo di costruire un vasto movimento di opinione, aperto a tutte le anime del socialismo, in grado di condizionare, in senso operaista e classista, la politica del Partito comunista italiano. È evidente l’intenzione di iniziare da subito un’attività a 360 gradi, non solo in Italia ma anche a livello internazionale, cercando contatti con tutti i gruppi, i compagni e i dirigenti che avevano osato criticare la linea imposta dall’alto e si erano ribellati all’apparato di partito.

Proprio negli stessi anni in Francia si stava compiendo la parabola politica di André Marty, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista francese. Marty era divenuto figura di primo piano del movimento operaio francese nel 1919 quando, ufficiale di macchina della marina da guerra, era stato uno degli organizzatori dell’ammutinamento dei marinai francesi nel Mar Nero, in nome dell’internazionalismo proletario e della difesa dei lavoratori sovietici. Condannato a 20 anni di lavori forzati era stato liberato nel 1923 in seguito ad una vasta mobilitazione in tutta la Francia, eletto deputato nelle file del pcf era stato segretario dell’Internazionale comunista dal 1935 al 1943. Principale animatore ed organizzatore delle Brigate Internazionali durante la Guerra civile spagnola, dall’ottobre del 1943 era stato il rappresentante del pcf presso il governo in esilio di De Gaulle, in Algeria. Nel dopoguerra Marty era considerato il numero tre del partito francese, dopo Maurice Thorez e Jacques Duclos, ma le sue critiche alla linea del partito imposta da Stalin e Thorez gli furono fatali.
Nell’estate del 1952, quando era ancora membro dell’esecutivo della segreteria del partito, venne resa nota la sua espulsione, con l’accusa di «frazionismo».

La sua fine era segnata da quando, nel 1951, aveva espresso le sue obiezioni alla linea politica del pcf in una lettera ad un amico moscovita, che era stata intercettata dai sovietici e consegnata al segretario del pcf Maurice Thorez, che in quel periodo si trovava «in convalescenza» a Mosca. La lettera secondo quanto riferito da Marty a mio padre «esponeva senza reticenze la situazione che regnava nel Partito comunista francese, nel quale l’opportunismo, la corruzione, l’ambizione, il carrierismo, il servilismo verso i capi avevano prodotto un’involuzione che lo rendeva non più il partito rivoluzionario della classe operaia ma un partito in mano ad arrivisti e opportunisti» (11).

Evidentemente Marty aveva osato scrivere in quel testo, incautamente inviato a Mosca, quello che Secchia diceva solo a Seniga e a qualche altro collaboratore fidato. Rileggendole oggi colpiscono molto le similitudini nel pensiero e nelle critiche al partito tra gli scritti di André Marty e le idee espresse da mio padre. È estremamente significativo che, sia in Italia sia in Francia, dove dopo la fine della guerra si erano formati i due maggiori partiti comunisti dell’occidente, sia nato un movimento di opposizione sotterraneo. Un movimento che operava all’interno dei due partiti e che sarebbe riduttivo definire «di sinistra». In realtà non si trattava di un movimento nato da una disputa di tipo ideologico ma piuttosto dalla «ribellione morale» di chi intendeva anteporre gli interessi delle classi lavoratrici a quelli dell’Unione Sovietica e degli apparati di partito.

A questo proposito non si può dimenticare quanto avvenne, tra il 1946 e il 1949, in Grecia dove, dopo la sconfitta dei nazisti, lo scontro tra gli (ex) alleati di Yalta si trasformò in una tragica guerra civile, che provocò decine di migliaia di morti. Lo scontro militare tra i partigiani comunisti, inizialmente appoggiati da Tito e, con meno entusiasmo, da Stalin, e l’esercito fedele alla monarchia, appoggiato prima dagli inglesi e poi dagli americani, si risolse con il completo annichilimento del Partito comunista greco e di molti suoi militanti. Una sconfitta che fu, però, possibile solo dopo la rottura tra Stalin e Tito, avvenuta all’inizio del 1948. Qualche tempo dopo, nell’agosto del 1948, il comandante militare dell’Esercito Democratico Greco (DSE), Markos Vafiadis, che fino a quel momento era riuscito a contrastare con successo l’esercito nazionalista, era stato rimosso dal suo incarico e successivamente richiamato a Mosca e messo in isolamento. Il suo posto era stato preso dal segretario del Partito comunista Greco Nikolaos Zachariadis che, in linea con le direttive di Stalin, aveva rotto ogni rapporto con Tito. Dalla vicina Yugoslavia cessarono gli «aiuti» e, in poco tempo, la nuova strategia militare si dimostrò perdente.

Paradossalmente e tragicamente, dopo la morte di Stalin, Zachariadis, già internato dai nazisti a Dachau, terminerà i suoi giorni nei gulag siberiani, dove era stato inviato nel 1957 dai nuovi dirigenti di Mosca.

Se la Grecia e i comunisti greci hanno dovuto pagare un alto tributo di sangue alla spartizione del mondo in due sfere di influenza, seguita agli accordi di Yalta, la situazione era fortunatamente diversa in Francia e Italia. Qui gli ordini di Mosca erano chiari anche se noti solo ai massimi dirigenti dell’apparato: non si doveva mettere in discussione l’appartenenza dei due paesi al blocco occidentale. D’altro lato la presenza di due grandi partiti, di massa e comunisti, poteva essere molto utile per condizionare, almeno in parte, le politiche dei due paesi e per agevolare tutte quelle operazioni «dietro le linee» che potevano venire utili agli interessi di grande potenza dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati.
In effetti non colpisce tanto il fatto che ci sia stato chi, come mio padre o André Marty, si è ribellato alla sudditanza dei partiti comunisti occidentali agli interessi di Mosca, quanto il fatto che l’apparato, con una efficienza e crudeltà ben documentata, sia riuscito a tenere completamente sotto controllo quest’opposizione.

In sintesi si può affermare che le obiezioni di Marty e quelle di Seniga riguardavano quattro punti principali della linea politica tenuta dal Pci e Pcf:

  1. Mancato sostegno alle lotte popolari e sindacali di base;
  2. Attività parlamentare svincolata dagli interessi delle classi lavoratrici;
  3. Asservimento dell’internazionalismo proletario agli interessi di Mosca;
  4. Culto della personalità.

Saranno proprio queste critiche, almeno in un primo momento, le linee guida del movimento Azione comunista di cui Seniga sarà l’animatore e il motore organizzativo ed economico fino alla sua espulsione [sic] all’inizio del 1959.

4. Come è nata Azione comunista?

Come ex responsabile dell’«apparato di riserva», Seniga conosceva bene le capacità organizzative ed investigative del partito, di cui, ufficialmente, faceva ancora parte. Pur sapendo che tutta l’organizzazione del pci era mobilitata per controllare e segnalare i suoi movimenti, comincia subito la sua attività politica, con l’intento di prendere contatto con più compagni possibile.

Inizia la ricerca appassionata di contatti politici, nell’ambiente sindacale milanese e con le persone conosciute durante la resistenza e negli anni in cui era un “influente” funzionario del partito. Cerca di spiegare a tutti le ragioni del suo dissenso con il vertice comunista e le linee della sua futura azione per «richiamare alla realtà, al buon senso e a maggiore senso di responsabilità chi si è assunto il compito di mettersi alla testa del partito» (12).

Mia madre, Anita Galliussi ha descritto, in un nuovo capitolo del suo libro di memorie, I Figli del Partito (13), uno di questi incontri: Ricordo l’incontro di Seniga con Maretti, tornitore all’Alfa Romeo, dirigente comunista e collega di lavoro negli anni precedenti la resistenza. Fu uno dei primi a cui volle spiegare, per filo e per segno, le ragioni della sua ribellione. Durante il primo incontro a casa sua, nella periferia milanese, Maretti ascoltò attentamente le ragioni dell’amico e compagno, prese anche degli appunti sulla conversazione, senza opporre obbiezioni di sorta. Poi ci fu un secondo incontro sempre a casa di Maretti, ma questa volta era provvisto di un foglietto con le risposte alle principali critiche mosse da Seniga. La fonte di quelle risposte era naturalmente la federazione comunista di Milano. Alla critica che non si facevano lotte serie nell’industria, Maretti aveva pronta questa risposta: «Non si possono fare le lotte all’Alfa Romeo perché l’Alfa è lo stabilimento più importante di Milano, Milano è la città più importante d’Italia, l’Italia è un importante nazione nel mondo e in Europa, dunque ciò che succede all’Alfa Romeo si ripercuote sull’equilibrio di tutto il mondo».

Intanto si registrano anche i primi significativi risultati: il gruppo dirigente della Camera del lavoro di Milano, con il segretario Emilio Setti, solidarizza conle posizioni di Seniga e ritiene giusto adottare una linea politica e sindacale più energica.  Alla Bovisa, quartiere operaio di Milano, esisteva un nucleo di compagni fortemente delusi dell’andamento delle cose. Tra questi l’anziano Noè, un antifascista noto per le sue tendenze bordighiste e anticonformiste. Nel gruppo della Bovisa c’erano anche due ex-partigiani delle Brigate Garibaldi, un operaio della Triplex che tutti chiamavano lo «Zio» e Luca Staletti, giovane tipografo del «Corriere della Sera», vero nipote dello «Zio».

A metà agosto del 1954, pochi giorni dopo la suapartenza da Roma, Seniga e Luca si recano a Madonna di Campiglio per incontrare Luciano Raimondi, alias «Nicola», comandante partigiano, professore liceale a Milano e responsabile del Convitto Scuola creato per accogliere gli orfani dei caduti nella Resistenza. Una forte amicizia lega i tre dai tempi della Resistenza. Raimondi si dice pronto a seguire Seniga e ad affrontare la nuova battaglia politica.

Nell’autunno del 1954 Seniga si reca a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, dove lavorava, come segretario di una cooperativa locale, Bruno Fortichiari, uno dei fondatori del Pci e membro del primo esecutivo del Partito, dopo il congresso di Livorno del 1921. Fin dagli anni del fascismo, Fortichiari vicino alle posizioni di Bordiga, aveva contrastato e disapprovato l’ascesa di Togliatti e ancora negli anni Cinquanta rappresentava un punto di riferimento per gli oppositori “di sinistra” alla linea del Pci. L’incontro va a buon fine e Fortichiari decide di aderire all’iniziativa di Seniga e successivamente ad Azione comunista (14).

In questa prima fase Seniga si considera ancora un membro del partito e conta su una sorta di ribellione popolare degli iscritti contro l’apparato di partito. Un’utopia che, evidentemente, non era possibile concretizzare. Intorno alla sua iniziativa, si andavano intanto raccogliendo numerosi esponenti di quella diaspora di sinistra che andava dai trotzkisti di Maitan ai comunisti internazionalisti di Damen; da Maffi a Bordiga e arrivava fino agli anarchici dei Gaap (15) di Pier Carlo Masini, Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi.

L’attività frenetica del gruppo fatta di incontri, riunioni, volantinaggi, si concretizza in una serie di pubblicazioni che vengono scritte, stampate e distribuite da un ristretto gruppo di compagni di cui Seniga è l’animatore e ovviamente il finanziatore. Un’attività che Giorgio Galli (16) ha descritto in questi termini: Seniga faceva il giornale, vedeva tutto. Mi diceva: “è successo questo… metti giù qualche appunto”. Io scrivevo qualcosa, se non gli andava bene lo rifaceva. Non toccava mai i testi di Fortichiari. Quindi faceva il giornale, teneva tutti i contatti, viaggiava continuamente. Si è logorato moltissimo con questo lavoro, questo suo tentativo di mettere insieme Damen, Maffi, Maitan, Masini, Cervetto. Litigavano sempre tra di loro. Poi arrivò anche Bruno Rizzi (17) che disse che tutti gli altri non capivano niente mentre lui aveva compreso la “degenerazione burocratica del comunismo” e che ci trovavamo in un periodo storico paragonabile a quello della decadenza dell’Impero romano. Tutte persone brillanti. Io però vedevo che tuo padre faceva degli sforzi enormi per tenere insieme quello che era impossibile tenere assieme.

Per molti militanti di quell’epoca l’attività politica rappresentava la principale motivazione di vita, anche a rischio di mettere a repentaglio la propria salute, come dimostrano alcuni passi di questa lettera inviata da André Marty a mio padre in data 4 ottobre 1956:

Caro Compagno Gino (18),
Sono inquieto perché dopo il tuo ritorno dal Belgio (19) ti sei sottoposto ad uno strapazzo dal quale non ti sei ancora rimesso. Permettimi di darti qualche consiglio basato sulla mia esperienza: la tua malattia non mi sorprende, dopo che ho visto il ritmo della tua attività negli otto giorni che ho passato con voi. Mi sembra che tu agisca sempre come quando lavoravi alla direzione del Pc, avendo a disposizione possenti strumenti organizzativi e poiché devi trattare problemi assai diversi e correre da un posto all’altro, è logico che poi ti trovi con i nervi affaticati. Ti prego di prendere in esame questa proposta: quando sarai guarito, non sarebbe meglio che ti dedicassi a un lavoro regolare, sia in fabbrica che in ufficio? Sarai così costretto tutto il giorno a svolgere un compito determinato e prefissato da un padrone e per quanto duro ciò possa essere, il tuo cervello si riposerà. Manterrai inoltre il contatto diretto coi lavoratori. Sarà sufficiente organizzare in ogni grosso centro piccoli gruppi di militanti perché sia assicurata la continuità dell’azione politica.

Ad ogni modo, gli «sforzi enormi» evocati da Giorgio Galli si concretizzano in una serie di iniziative che sono ben documentate nelle cinque lettere ai compagni distribuite ai militanti comunisti dal gennaio 1955 al marzo 1956.

La prima indirizzata e distribuita ai delegati della iv Conferenza nazionale del Pci, svoltasi a Roma dal 9 al 14 gennaio 1955, è titolata Per un’Azione Comunista e delinea chiaramente sia le critiche all’azione politica della direzione del pci che il programma di Azione  comunista.

La seconda lettera viene pubblicata nei primi mesi del 1955 e contiene, tra l’altro, un esposto alla Commissione centrale di controllo del pci che dimostra come, fino a quel momento, sia Seniga, sia gli altri compagni di Azione comunista continuassero a considerarsi membri a tutti gli effetti del Partito. Nel testo è presente anche un passo in cui si cerca di difendere Secchia dalle accuse che gli vengono mosse e dalle calunnie che vengono fatte circolare tra i membri del partito e fatte filtrare sui giornali «borghesi» come «La Stampa» e «Il Popolo».

La terza lettera, datata maggio 1955, parte dalla analisi delle sconfitte della Cgil nelle elezioni dei membri delle commissioni interne delle principali fabbriche italiane tra cui la Fiat, la Falk, l’Om, per concludersi chiedendo nuovamente la convocazione dell’viii congresso nazionale del Partito.

La quarta lettera esce nel dicembre 1955 e contiene due importanti novità che testimoniano il percorso politico iniziato da Seniga in quei mesi. La prima consiste nell’indicare la fine della «clandestinità» e la possibilità a breve di dare un recapito organizzativo ai compagni, certificando in questo modo la definitiva separazione di Ac dal Partito. La seconda riguarda l’annuncio della pubblicazione de Il Caso Marty, il libro di André Marty sulle ragioni della sua rottura con il vertice del Pcf. È la prova della grande attenzione di Azione comunista per lo scenario internazionale e della nascita di un’intensa amicizia e collaborazione tra Seniga e il vecchio dirigente comunista francese, ormai malato ma ancora capace di insegnare molto ad un giovane compagno.

La quinta ed ultima lettera, datata febbraio/marzo 1956, si intitola Comunisti nel Sindacato e viene stampata in occasione del iv congresso della cgil, tenutosi a Roma dal 27 febbraio al 4 marzo 1956.

Il 21 giugno 1956 esce il primo numero del giornale «Azione comunista», prima quindicinale e poi mensile. La direzione è affidata a Raimondi e Fortichiari mentre Seniga figura come responsabile amministrativo.

Il 1956 è un anno cruciale per le sorti del comunismo nel xx secolo. In gennaio Nikita Chruščёv aveva definitivamente abbattuto il mito di Stalin, nel corso del xx congresso del pcu , con quello che passera alla storia come il «rapporto Chruščёv», contenente la denuncia del culto della personalità e dei crimini dello stalinismo. Un documento che, specialmente in Europa orientale, aveva creato più aspettative di cambiamento e libertà di quanto fosse lecito attendersi. Il 28 giugno, a Poznan, l’esercito polacco, guidato dal generale sovietico Konstantin Rokossovskij, schiaccia nel sangue una manifestazione di operai polacchi che chiedevano «pane e libertà».

Proprio la dura repressione di una manifestazione di studenti ungheresi per commemorare le vittime di Poznan dà il via, il 23 ottobre 1956, all’insurrezione ungherese. Gli insorti, molti dei quali comunisti, solidarizzano con l’esercito ungherese e le truppe sovietiche di stanza nel paese, prendendo il controllo del governo. Imre Nagy, ex primo ministro comunista, già caduto in disgrazia e da pochi giorni riammesso nel partito, viene nominato nuovo capo del governo e, dopo aver chiesto il ritiro delle truppe sovietiche, cerca di trovare un accordo per evitare l’intervento militare dell’Armata Rossa. L’illusione di trattare alla pari con i capi sovietici dura pochi giorni e, tra il 4 e il 10 novembre, l’Armata Rossa entra a Budapest e riprende, manu militari, il controllo degli edifici governativi e delle fabbriche occupate dagli operai ungheresi. Il ministro della difesa Pal Maleter viene arrestato dai sovietici nel corso di un negoziato di pace, in spregio alle più elementari regole diplomatiche. La stessa sorte tocca poco dopo a Imre Nagy. Rifugiatosi nell’Ambasciata Iugoslava, viene convinto ad uscire con la promessa di un salvacondotto che non gli verrà mai dato.

Seniga, che si era immediatamente schierato dalla parte degli insorti ungheresi, inizia in quei giorni una lunga campagna di sostegno politico e aiuto materiale verso i comunisti ungheresi uccisi, imprigionati o costretti all’esilio.  Pochi giorni dopo, il 16 dicembre, al cinema Dante di Milano si tiene la prima, vasta e ben riuscita, manifestazione pubblica del Movimento della Sinistra comunista. «Azione comunista» diventa la testata e l’organo ufficiale del movimento.

5. Perché Seniga e Masini furono «espulsi» da Azione comunista?

La manifestazione, riuscita, del cinema Dante non poteva assopire lo scontro tra le molte e differenti personalità che si agitavano nel Movimento della Sinistra comunista. Ben presto cominciano i dissidi tra le varie anime del gruppo, formato da militanti provenienti da storie politiche troppo differenti tra loro.

I primi ad andarsene sono i trozkisti e i bordighisti. Nella seconda metà del 1957 emergono le divergenze ideologiche tra quanti vogliono la formazione di un vero e proprio partito, come Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi e quanti, invece, sono contrari e pensano ad un movimento di dissidenza non strutturato, come Seniga e Pier Carlo Masini. Il dibattito si sviluppa sulla rivista «Azione comunista» e in occasione dei vari convegni ed incontri organizzati dal Movimento. Da una parte i fautori della costituzione di un nuovo partito di tipo leninista dall’altra chi, come Seniga e Masini, ha già iniziato un percorso di avvicinamento al Partito Socialista.

Tra i due gruppi emerge una distanza incolmabile. Nel dicembre 1958 sul numero 41 di «Azione comunista» viene formalizzata l’«espulsione» di Pier Carlo Masini (20). In quei giorni mio padre si trovava all’ospedale Fatebenefratelli di Milano dove aveva subito un intervento chirurgico. L’espulsione di Masini era la prova che, anche per lui, l’esperienza di Azione comunista si stava concludendo. Sul numero 42 della rivista la lettera di risposta di Masini ai nuovi dirigenti di Azione comunista si conclude con queste parole:

Con il mio distacco da Ac viene a cadere la qualificazione libertaria e anticonformista che un gruppo di compagni aveva cercato di dare a questo movimento. «Azione Comunista» è ora caduto in mano ad un gruppo di nostalgici del leninismo paleolitico e di leninisti d’occasione che si sono definitivamente estraniati dal moto di ripresa e rinnovamento del movimento operaio italiano (21).

Probabilmente, come è avvenuto per molti militanti e intellettuali di area comunista che decisero di lasciare il pci dopo i fatti di Ungheria, così anche per mio padre la repressione del popolo ungherese fu decisiva per imboccare una nuova strada politica. Seniga si era ormai convinto che il «problema del comunismo» non si esauriva negli errori dei suoi dirigenti, italiani, francesi o russi che fossero, ma riguardava la concezione stessa della lotta politica, intesa come confronto di potere e non come dialettica democratica. Insomma dopo la rivolta umana e politica contro la «casta» era arrivata anche la crisi ideologica sulla natura del leninismo e del «comunismo di Stato». Non è un caso che il compagno di viaggio, in questo avvicinamento alle regole della democrazia sia stato proprio l’«anarchico, socialista e democratico» Pier Carlo Masini.

Significativamente ad accelerare la definitiva rottura tra Seniga e Azione comunista erano stati, ancora una volta, i tragici fatti di Ungheria. Il 17 giugno 1958 uno scarno comunicato dell’agenzia Tass aveva annunciato l’esecuzione della pena capitale per quattro capi della rivolta ungherese, tra cui l’ex primo ministro Imre Nagy ed il ministro della difesa Pal Maleter.  Il giorno seguente alla Camera dei Deputati il ministro degli esteri Giuseppe Pella doveva rispondere ad una serie di interrogazioni presentate da tutti i gruppi parlamentari. Seniga che si trovava a Milano decide di utilizzare il dibattito parlamentare per un’azione di protesta. Agisce rapidamente e segretamente, informando solo la compagna Anita delle sue intenzioni. Nella tipografia di via Farini 40 compone e stampa, in poche ore, un volantino (22). Nella notte, senza informare nessuno, Seniga e Anita viaggiano verso Roma su di un treno notturno, portando con sé il pacco dei volantini.

Quando era membro del partito comunista Seniga disponeva di un passi parlamentare che nel frattempo era scaduto. Per assistere alla seduta della Camera, prevista per le ore 16 del 18 giugno, Seniga si era rivolto a due esponenti del psi ma, poco prima delle 16, i due amici, che forse avevano compreso le vere intenzioni di Seniga, non erano ancora riusciti a procurare il permesso per entrare a Montecitorio. A questo punto Seniga si ricorda di un deputato democristiano di Cremona che conosceva in modo superficiale. La scusa che utilizza per convincere il deputato compaesano: «ho nostalgia di vedere l’aula della Camera», è poco credibile, per chi conosca bene Seniga, ma funziona.

A questo punto Seniga e Anita possono assistere al dibattito sull’Ungheria dai banchi del pubblico. Sarà lo stesso Togliatti ad accorgersi della loro presenza e a inviare Gerardo Chiaromonte sulla tribuna riservata al pubblico. Seniga lancia i volantini durante il discorso di Pietro Ingrao, a cui era toccato l’ingrato compito di difendere l’esecuzione dei quattro comunisti ungheresi, accusandoli di essere dei controrivoluzionari (23). Tutti i deputati presenti, dai socialisti ai missini, raccolgono e leggono i volantini lanciati da Seniga. Rispondendo alle proteste dei comunisti il deputato democristiano Agostino Pavan grida «È un vostro compagno che vi accusa» (24). Il presidente Leone chiede l’intervento dei commessi e Seniga viene accompagnato nell’ufficio di un questore della Camera. In serata, dopo essere stati interrogati ed identificati alla questura centrale, mio padre e mia madre potranno tornare a casa.

L’azione di volantinaggio di Seniga, riuscita anche perché attuata in totale segretezza e senza avvisare nessuno, aveva rappresentato, paradossalmente, uno smacco anche per chi intendeva gestire Azione comunista come un partito leninista. Del resto era uno smacco anche per chi, infiltrato dal pci o da qualche servizio di sicurezza, doveva vigilare sulle attività del gruppo e dello stesso Seniga. Nei primi mesi del 1959 si arriverà al definitivo allontanamento di Seniga da Azione comunista. Il comunicato pubblicato sul giornale contiene, tra l’altro, l’accusa di aver intrapreso azioni politiche senza aver preventivamente informato «l’organo direttivo collegiale» (25).

6. Perché Seniga diventa socialista?

Alla fine degli anni Cinquanta Seniga aveva maturato alcune nuove idee, che derivavano anche dai mutamenti dello scenario politico internazionale. I fatti di Ungheria lo avevano definitivamente convinto che l’Unione Sovietica non aveva più alcun ruolo progressista a livello globale. Del resto la rivolta d’Ungheria era stata repressa nel sangue proprio da Nikita Krusciev, il successore di Stalin che aveva osato abbattere il mito del «piccolo padre». Agli occhi di Seniga l’Unione Sovietica era ormai solo una superpotenza che aveva rinunciato all’internazionalismo proletario e lo aveva sostituito con una politica estera neoimperialista. Lo scontro tra l’Unione Sovietica e le potenze occidentali si era spostato nei paesi del terzo mondo. In Europa l’obiettivo dell’Unione Sovietica era ormai quello di blindare (anche con i muri come a Berlino) i paesi del «socialismo reale» dall’influenza culturale ed economica dell’Europa occidentale. Insomma alla favola che bisognava aspettare l’arrivo dei russi per vedere il socialismo realizzato anche in Italia non ci credeva più (quasi) nessuno.

A partire dalla fine degli anni Cinquanta Seniga era arrivato alla conclusione che lo sviluppo della condizione di vita della classe lavoratrice in Italia poteva avvenire solo grazie a una politica riformista di tipo socialista e democratico. Questa consapevolezza, che è oggi chiara a tutti, compresi gli ex-dirigenti del Pci togliattiano e i loro successori, non era in quegli anni molto diffusa nella sinistra italiana. Probabilmente sullo sviluppo di questa nuova posizione ideologica hanno influito i viaggi di mio padre in Inghilterra, i contatti con i leader sindacali del Labour Party ed i rapporti di amicizia con i socialisti svizzeri. D’altro lato gli spazi di manovra alla sinistra del Pci erano ormai divenuti impraticabili anche a causa della naturale tendenza al «leaderismo» ed al «massimalismo» che caratterizzava allora, e forse ancora oggi, le organizzazioni politiche nate dalla cultura marxista-leninista e da un’organizzazione centralista.

Insomma mio padre era arrivato alla conclusione che l’unica forza politica in grado di dare una prospettiva allo sviluppo politico e sociale del movimento operaio e della classe lavoratrice italiana era il Partito socialista guidato da Nenni, che proprio in quegli anni iniziava a differenziarsi dal pci e a proporsi come partner di governo per la Democrazia cristiana.

All’inizio degli anni Sessanta Seniga aveva ormai riformulato la sua visione politica con l’adesione convinta ai valori democratici e libertari del socialismo ma non poteva prevedere alcuni aspetti che si riveleranno invece decisivi per la fine del movimento socialista italiano e per lo sviluppo della crisi democratica che il nostro Paese sta ancora attraversando. In modo non molto dissimile da quello che avveniva nelle organizzazioni nate alla sinistra del pci anche il Partito socialista soffriva della malattia del leaderismo massimalista.
Ma la malattia più grave del socialismo italiano consisteva nella propensione all’affarismo e nella avidità di molti esponenti della sua classe dirigente, che avevano velocemente imparato ad emulare le pratiche clientelari spesso utilizzate dai nuovi alleati di governo.

La prima stagione del centrosinistra, dal 1964 al 1968, corrisponde ad un periodo di boom economico e di sviluppo culturale per il paese ma le aspettative di cambiamento dovevano fare i conti con una situazione politica bloccata, con una classe dirigente e industriale spesso interessata solo alla difesa delle proprie rendite di posizione. In questo contesto le speranze riformiste dei socialisti e di quella parte della Democrazia cristiana che intendeva aprire le porte, anche in Italia, allo sviluppo di uno stato sociale, con sanità e istruzione pubblica di qualità, furono velocemente ridimensionate.

Fu effettivamente portata a compimento la riforma sanitaria e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma quando si trattava di intervenire sugli interessi dei poteri forti e sulle rendite di posizione, come sarebbe stato necessario fare con una concreta politica di gestione del territorio, le resistenze, anche a livello locale, si rivelarono spesso insormontabili.

Secondo Giorgio Galli le ambizioni riformiste erano troppo elevate e in molte situazioni risultò più facile concedere vantaggi economici ai nuovi dirigenti di partito e amministratori locali, anche socialisti, piuttosto che affrontare il rischio di uno scontro aperto con i poteri forti operanti nel Paese (26).

La scelta fortemente autonomista del partito socialista milanese, guidato fin dalla metà degli anni sessanta da Bettino Craxi, era seguita con grandi speranze anche da mio padre. Probabilmente Craxi commise l’errore di ritenere che la forza politica messa in campo da democristiani e comunisti derivasse essenzialmente dalla loro maggiore disponibilità economica rispetto al pci. In un caso si trattava dello sfruttamento dell’amministrazione pubblica e di finanziamenti privati più o meno leciti, nel secondo caso la disponibilità economica del Pci derivava anche dal flusso di danaro che continuava, ininterrottamente, a giungere da Mosca.  Anche per contrastare questa anomalia Craxi ha finito per lasciare campo libero nel partito e nel governo ad amministratori che non hanno certo brillato per la loro onestà.

La scelta di non anteporre la questione morale agli interessi di partito è stata pagata a caro prezzo dal Partito socialista italiano e dallo stesso Craxi, costretto a rifugiarsi in Tunisia per non finire in galera, e testimone impotente della distruzione del psi, l’unica forza politica che, nella visione di mio padre, avrebbe potuto difendere gli interessi delle classi lavoratrici e sviluppare, anche in Italia, uno stato sociale e una socialdemocrazia avanzata.

Paradossalmente, l’annientamento del psi e della Dc, a seguito della vasta corruzione e delle inchieste giudiziarie note con il nome di «mani pulite», ha coinciso con la nascita e lo sviluppo di nuove forze politiche caratterizzate da una concezione di tipo aziendalista, mafioso e sciovinista. Nel frattempo la marcia di avvicinamento alla democrazia del pci, accelerata dal crollo dell’Unione Sovietica e dall’interruzione dei finanziamenti di Mosca, è stata minata dalla mancanza di una effettiva detogliattizzazione e rigenerazione della classe dirigente. Scoprendo il fianco perfino alla retorica anticomunista più becera e facilona.

In questo contesto gli ultimi anni di vita di Giulio Seniga sono stati dedicati essenzialmente alla divulgazione e rivalutazione dei valori fondanti e costituenti della Resistenza. Un’opera che aveva iniziato con alcuni libri della casa editrice Azione comune e che ha continuato per anni su varie riviste e periodici tra cui il quotidiano socialista l’«Avanti!», con cui ha continuato a collaborare fino al 1993, anno della chiusura seguita alla dissoluzione del Partito socialista italiano.

7. Come funzionava la casa editrice Azione comune?

La casa editrice Azione comune viene costituita a Milano, nel 1960, sulle ceneri dell’editrice Movimento operaio che operava in collegamento con Azione comunista e che Seniga aveva continuato ad utilizzare per qualche tempo anche dopo il suo allontanamento da Ac.

L’attività di Azione comune è durata quasi 30 anni e ha consentito la pubblicazione e la distribuzione di una quarantina di titoli, venduti a prezzo politico a un vasto numero di militanti e distribuiti nelle principali librerie italiane e nelle edicole delle stazioni.

La casa editrice ha consentito a Seniga di continuare la sua azione politica negli anni Sessanta e Settanta. L’attività editoriale che ha svolto è ben sintetizzata in un articolo scritto dall’amico e collaboratore Ugoberto Alfassio Grimaldi per la rivista del psi «Mondo operaio» (27).

Diversi, è noto, sono stati gli approdi di coloro che sono usciti in questi ultimi anni dal pci: alcuni hanno subito militato in altri partiti, sostituendo una “verità” che non era più tale con un’altra “verità” già pronta, altri hanno preferito la posizione dell’osservatore critico […]. C’è stato anche un terzo genere di approdo che si colloca in certa misura a metà strada tra le due precedenti posizioni: quello cioè di continuare la stessa lotta che era stata condotta per anni nel pci, trasferendola sì entro i confini del movimento socialista, ma senza alcuna tessera in tasca. È il caso di Giulio Seniga e del gruppo che lavora per Azione Comune […].
Nello scritto di Grimaldi, ripubblicato in uno dei tanti opuscoli che completavano l’attività della casa editrice e servivano a diffondere i libri presso i militanti socialisti, comunisti e anarchici, sono indicate le principali linee editoriali e politiche di Azione comune:

1. «Un gruppo di pubblicazioni ripercorrono la “via sbagliata” del comunismo per portare alla luce i frutti nefasti dello stalinismo». In questo filone si trovano testi come Blasco: la riabilitazione di un militante di Alfredo Azzaroni, Duecento comunisti italiani tra le vittime dello stalinismo di Guelfo Zaccaria, La rivolta di Kronstadt di Ida Mett.

2. «Critiche, opposizioni, alternative di sinistra». È proprio la casa editrice Azione Comune ad iniziare, anche in Italia, la pubblicazione di opere di numerosi eretici della sinistra: dai comunisti non ortodossi agli anarchici. Tra gli altri: Rosa Luxemburg, Alessandra Kollontai, Ida Mett, Andrea Caffi, Armando Borghi, Camillo Berneri.

3. «Inventario della realtà sociale italiana». Una serie di veri e propri instant book, sulla scia dell’esperienza delle lettere ai compagni di Azione Comunista, realizzati a tambur battente e distribuiti in occasione di congressi e convegni socialisti e della sinistra “non comunista”.

4. «Realizzazione e prospettive operaie in occidente». Ecco ritornare l’impostazione internazionalista che però si configura in modo originale, promuovendo le esperienze
sindacali e le conquiste sociali ottenute dalla classe operaia nelle socialdemocrazie avanzate.

5. «Contributi ideologici e di teoria economica». Sulle ceneri, non ancora fumanti ma manca poco, del comunismo sovietico, non poteva mancare il tentativo di formulare una nuova visione ideologica ed economica della realtà sociale degli anni Sessanta e Settanta, portando alla ribalta l’evoluzione di nuovi fenomeni economici a livello mondiale. Un’altra intuizione originale negli anni Sessanta che è oggi ritenuta assolutamente “normale”.

8. Come è nata l’Unione democratica amici d’Israele?

Nel 1967 Seniga si imbarca in una nuova avventura: organizzare e dare spessore politico ai movimenti e alle organizzazioni che sostenevano il diritto all’esistenza di Israele. In  quell’anno l’unico Stato democratico in Medioriente rischiava di essere spazzato dalle carte geografiche per l’attacco militare congiunto di Egitto, Giordania e Siria, a loro volta appoggiati da quasi tutti i paesi arabi e dall’Unione Sovietica.

A Milano ci fu una vasta mobilitazione della comunità ebraica cui si associarono una parte consistente del Partito socialista e Pietro Nenni. Molti socialisti italiani, anche nel corso delle riunioni dell’Internazionale socialista, avevano avuto modo di conoscere i leader laburisti israeliani che, dopo la nascita di Israele erano stati ininterrottamente al governo del paese. In quegli anni Israele poteva ancora vantare una solida tradizione socialista, con una forte organizzazione sindacale ed esperimenti avanzati di tipo collettivista. Questo Israele fu, per Seniga, una specie di rivelazione, l’esperienza dei Kibbutz e la forza, anche economica, dei sindacati israeliani (Histadrut) lo convinsero di aver trovato in Israele un paese in cui si erano realizzate alcune delle sue idee. Questa convinzione si rafforzò con una serie di viaggi in Palestina e fu una delle principali ragioni per cui decise di dedicare gran parte della sua attività politica e del suo tempo all’Unione democratica amici d’Israele. Anche all’interno del Psi, il fatto che Seniga utilizzasse le sue capacità organizzative per un’attività importante ma al tempo stesso autonoma e lontana dai temi centrali della politica e delle contaminazioni tra politica e affari, sembrò la giusta sistemazione per tutti.

D’altro lato con l’Udai Seniga aveva finalmente trovato una copertura politica e istituzionale che conferiva uno status politico di rispettabilità e gli consentiva di operare, con maggiore autorevolezza, quelle azioni politiche che riteneva indispensabili per la salvaguardia della democrazia e del socialismo italiano.

In quasi 30 anni di attività, finalizzata anche allo sviluppo e al rilancio dei negoziati di pace con i paesi arabi e i palestinesi, l’Udai ha rappresentato per mio padre un impegno importante e costante.

9. Quali erano le idee di Seniga negli «anni di piombo» e perché decise di offrirsi in ostaggio alle br durante il sequestro di Aldo Moro?

Il movimento degli studenti del 1967-68 aveva preso mio padre in contropiede, cosa che del resto era avvenuta per tutta la sinistra socialista e comunista, a livello globale. Dopo anni di retorica operaista, che proponeva la classe operaia come motore della rivoluzione o delle riforme sociali, a scendere in piazza per chiedere il cambiamento erano gli studenti, perlopiù figli della media e piccola borghesia. In Italia il movimento del ’68 chiedeva essenzialmente lo svecchiamento e la sprovincializzazione del Paese.

Nonostante i richiami all’ideologia marxista e il forte «entrismo», esercitato dai gruppuscoli che gravitavano alla sinistra del Pci, si trattava essenzialmente di un movimento spontaneo, frutto del nuovo clima economico, culturale e sociale sviluppatosi nel boom degli anni Sessanta. Mio padre temeva che la prima vittima di questo movimento potesse essere proprio l’esperienza di governo del centrosinistra, con le sue riforme sociali ed economiche.

Seniga conosceva bene, per diretta esperienza, i rischi a cui si sottoponevano i movimenti della sinistra extraparlamentare, stretti  tra l’ideologia settaria, leninista, stalinista o trotzkista che fosse, e i tentativi di manipolazione degli apparati di polizia e di sicurezza interni e internazionali, legali ed illegali. Per questo motivo la sua visione del movimento del ’68 e, in modo meno critico, di quello del ’77 fu nel complesso negativa. Le sue peggiori previsioni si tramutarono in realtà quando l’11 dicembre 1969 la bomba di piazza Fontana sprofondò l’Italia negli anni delle stragi e, pochi giorni dopo, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli cadde dal quarto piano della questura di Milano, spinto da quello che fu subito sbandierato come un «suicidio» e che, qualche anno dopo, una sentenza particolarmente creativa (28) ha definito un «malore attivo». Poche ore prima era stato arrestato l’anarchico Pietro Valpreda, additato dalla stampa italiana come il «mostro di piazza Fontana» (29).

Seniga decise di opporsi immediatamente a quello che gli sembrava un tragico e, per certi aspetti, grottesco tentativo di addossare la colpa della strage agli anarchici. Mio padre conosceva bene Giuseppe Pinelli, che era un assiduo lettore e divulgatore dei libri della casa editrice Azione comune, ed era convinto che la strage faceva parte di un tentativo messo in atto dagli apparati più oscuri e illegali dello Stato per agevolare anche in Italia una deriva reazionaria (simile a quella avvenuta in Grecia qualche anno prima con il regime dei colonnelli). Anche in questo caso ha agito rapidamente.

Grazie alla sua assidua collaborazione con l’«Avanti!», che era nel 1969 l’organo di stampa di uno dei tre partiti che formavano il governo (30), il 23 dicembre 1969 (tre giorni dopo il funerale di Giuseppe Pinelli, a cui aveva partecipato in compagnia di poche centinaia  di anarchici e qualche amico socialista) riuscì a far pubblicare, tra molte resistenze e con un piccolo colpo di mano in tipografia, un articolo dal titolo chiaro Quando gli anarchici erano socialisti (31). In un momento di grande pericolo per la democrazia, non si era tirato indietro ed aveva coinvolto il quotidiano del psi nell’opera di «rivendicazione della verità» che ha sempre contraddistinto la sua azione politica. In modo non del tutto imprevedibile, la vendetta arrivò qualche tempo dopo, proprio attraverso le pagine di uno dei libri in cui si tentava di far luce da sinistra sulla strage di Piazza Fontana: La Strage di Stato. Lo storico e consulente giudiziario Aldo Giannuli ha ben documentato i fatti nel libro: Bombe a inchiostro, luci e ombre della controinformazione tra il ’68 e gli anni di piombo (32).

In quegli anni Seniga segue con attenzione e preoccupazione il fenomeno della nascita di organizzazioni terroriste rivoluzionarie come le Brigate Rosse. Mio padre era convinto che dietro queste organizzazioni fossero attivi ispiratori e finanziatori che nulla avevano a spartire con le lotte rivoluzionarie e la classe operaia. Proprio negli anni più difficili della sua attività politica, quando erano finiti i fondi che erano serviti per sostenere l’attività della casa editrice Azione comune, Seniga aveva ottenuto un finanziamento dal Dipartimento editoria della Presidenza del consiglio di Aldo Moro. Nonostante le evidenti differenze di provenienza politica, culturale e sociale, mio padre nutriva da anni una profonda stima politica e umana per il leader democristiano e aveva avuto contatti e scambi epistolari con lui e alcuni suoi collaboratori. Con il beneplacito di Moro, il Dipartimento per l’editoria aveva deciso di acquistare un certo numero di copie dei libri delle edizioni Azione comune, per la distribuzione nelle biblioteche delle carceri italiane.

Quando nell’aprile 1978 le Br presero in ostaggio Aldo Moro, Seniga si schierò immediatamente con il cosiddetto «partito della trattativa» di cui, però, facevano parte solo la componente morotea della Dc e il Partito socialista di Craxi. Dall’altra parte si era intanto andato consolidando il «partito della fermezza» in cui oltre a numerosi esponenti democristiani si erano aggiunti quasi tutti gli esponenti del Pci. Quando fu chiaro che l’epilogo del rapimento volgeva al peggio Seniga, probabilmente sopravvalutando gli interessi strategici delle Br e il proprio ruolo, decise di intervenire offrendosi in ostaggio, al posto di Aldo Moro. Per farlo, in modo da ottenere un’adeguata attenzione di stampa, utilizzò come cassa di risonanza l’Udai e i nomi del suo Comitato esecutivo, che comprendeva, oltre al sindaco di Milano Carlo Tognoli (33), una serie di politici e intellettuali molto noti. Dal canto loro le Br, o chi per loro, ignorarono completamente la notizia e, pochi giorni dopo, fecero ritrovare il corpo di Aldo Moro in via Caetani.

10. Che cosa intendeva Seniga quando parlava della «ciurla»?

Fin da quando ero bambino ho sentito parlare di «ciurla», era una parola che mio padre utilizzava spesso. Credo che con il termine «ciurla» indicasse l’insieme di tutti coloro che erano mossi non da un interesse ideale ma dall’appartenenza a un apparato, un partito, un servizio segreto; insomma tutti coloro che ricavavano uno stipendio, una prebenda o un tornaconto personale svolgendo attività politiche o addirittura servizi di provocazione e di spionaggio.

Uno dei primi ad essere informato, da una sua fonte, sulla azione intrapresa da mio padre nel 1954 (34) era stato il funzionario del Ministero degli interni Federico Umberto D’Amato, che stava proprio allora iniziando la sua lunga carriera negli apparati di controllo e nei servizi segreti dello stato italiano e della nato. Ben informato su quanto avveniva all’interno del Pci, D’Amato era abbastanza intelligente da capire che mio padre non si sarebbe fatto coinvolgere in operazioni di provocazione anticomunista. Del resto, dal punto di vista di D’Amato, Seniga era un soggetto difficile: da un lato non era ricattabile, dall’altro disponeva in modo autonomo dei fondi necessari alla sua attività politica. Il loro rapporto si sviluppò quindi in una serie di incontri finalizzati unicamente allo scambio di idee e a eventuali comunicazioni riguardanti l’attività di «controllo di sicurezza» che veniva svolta nei suoi confronti.

Solo in un’occasione, che mi è stata raccontata da mio padre, D’Amato cercò di proporgli un’iniziativa che, ovviamente, Seniga giudicò inaccettabile. Probabilmente, come avviene per i Don Giovanni impenitenti, che devono «provarci» con tutte le donne che incontrano, anche D’Amato non riusciva a resistere alla tentazione di proporre ai militanti della sinistra, con cui veniva in contatto, qualche azione di provocazione. Non so in cosa consistesse la proposta irricevibile che D’Amato fece a mio padre, ma commise l’errore di parlargliene mentre si trovavano sulla sua autovettura. Dopo aver accelerato alla massima velocità possibile Seniga spiegò al superpoliziotto che se avesse ripetuto la sua richiesta si sarebbero schiantati tutti e due contro il primo palo a lato della strada. L’episodio fece perdere al prefetto gastronomo (35) ogni voglia di riprovarci.

Sui rapporti di Seniga con «la ciurla» può essere illuminante una nota ritrovata, da Maria Antonietta Serci, tra gli appunti di mio padre:

La ciurla ha capito che non mi avrebbe più potuto controllare (strumentalizzare) […] ma a me e a Anita non ci ha mai avuto in mano (nessuno), nemmeno al 1%. Quando coi miei articoli e testimonianze all’Avanti! facevo una politica che non serviva a loro e, ancor più, quando al momento della scissione (36) invece di passare di là ho intensificato sull’Avanti! le mie azioni di qua, allora hanno incominciato a incarognirsi ed a cercare di correre ai ripari. […] Quando poi hanno toccato con mano che anche nel momento più delicato per tutti “la strage di Milano”, sono venuto fuori da solo e contro gli stessi giornalisti dell’Avanti!, a denunciare apertamente in sede storica e politica la torbida centrale (nazionale e internazionale) della provocazione e dell’assassinio fascista allora il cerchio si è stretto. Sono saltati i ritegni, si sono buttati nella campagna provocatoria e calunniosa per tagliarmi tutte le strade dell’attività politica Udai fino al tentativo di ridurmi alla fame. […] (37).

Mio padre si è spento a Milano il 10 giugno 1999 aggredito da un male incurabile con cui ha combattuto per quasi un anno. Quest’ultima battaglia non è riuscito a vincerla ma, in quest’occasione, mi ha insegnato che, con la coscienza a posto, anche la morte si può affrontare con un sorriso.

 

 

 

NOTE

(1)

 

I virgolettati riportati sono tratti da testi di:

  • Gianni Brera (alias Mario Padano), La nuova battaglia di Seniga, «Settimo Giorno», 7 maggio 1958.
  • Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Torino, Einaudi, 2005.
  • Maurizio Caprara, Lavoro riservato, Milano, Feltrinelli, 1997.
  • Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata, Milano, Rizzoli, 1984.
  • Mario Pinzauti, Giulio Seniga e il suo bagaglio che scotta, «Tempo Presente», (226-227), 1999.

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(2)

 

Oltre che numero due della Commissione di vigilanza, costituita nel 1948, Seniga era con Togliatti e Secchia l’unico responsabile di quella parte dell’attività dell’«apparato di riserva» che si occupava della gestione dei fondi segreti e di una serie di basi clandestine,
da utilizzare in caso di pericolo per la sopravvivenza del Partito e dei suoi dirigenti. L’apparato era dotato anche di un piccolo aereo che, pilotato da mio padre, avrebbe potuto essere usato per la fuga, verso la Yugoslavia o l’Albania, di tre capi del Partito.

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(3)

G. Gozzini, R. Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano, Dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso, Torino, Einaudi, 1998.

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(4)

Un primo intervento di organizzazione delle carte è stato operato in collaborazione con lo scrittore Pino Adriano. Il lavoro scientifico di inventariazione è stato realizzato da Maria Antonietta Serci su incarico della Soprintendenza archivistica per il Lazio, con la supervisione della dott.ssa Paola Cagiano

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(5)

G. Seniga, Togliatti e Stalin, Milano, SugarCo, 1978.

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(6)

Vedi Lettera a Secchia, pubblicata in Credevo nel Partito

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(7)

Ibid.

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(8)

Ex partigiano, deputato e segretario della federazione di Reggio Emilia, cugino di Nilde Iotti, era stato espulso dal partito nel 1951 con Aldo Cucchi per aver espresso dubbi sulla politica attendista del pci, aveva fondato l’Unione socialista indipendente e la rivista «Risorgimento socialista». Proprio su questa rivista venne pubblicato nel 1954 un trafiletto intitolato La secchia bucata con chiare allusioni alle presunte tendenze sessuali di Secchia.

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(9)

In una video intervista, che ho registrato nel luglio 2010, Giorgio Galli ricorda che, dopo la pubblicazione della prima edizione della Storia del Partito Comunista, che aveva scritto nel 1953 con F. Bellini, Seniga era stato incaricato da Togliatti di scoprire se lui e Bellini fossero in collegamento con Ignazio Silone.

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(10)

C. Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 65.

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(11)

André Marty, Milano, Movimento Operaio, 1957.

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(12)

Vedi: Lettera a Secchia.

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(13)

A. Galliussi, I figli del Partito, Vallecchi, 1966, seconda edizione Bietti, 2000. L’edizione del 1966 si ferma al 1945, la seconda arriva fino al 25 luglio del 1954.

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(14)

Fortichiari racconta questo incontro in un’intervista pubblicata in Comunismo e revisionismo in Italia. Testimonianza di un militante rivoluzionario. Bruno Fortichiari a cura di L. Cortesi, Torino, Tennerello, 1978: «Poi c’è lo scandalo del congresso di Roma del pci del 1954. In vista dell’apertura del congresso Seniga e qualcun altro fanno un manifesto. Io non ne so niente. Ad un certo punto arriva al mio paese un gruppo; c’erano Seniga e Noé
e mi dicono quello che è successo e siccome sapevano che ero in tensione col partito mi propongono di fare qualche cosa. Secondo loro Secchia li aveva incoraggiati, ma io non ci credo troppo o forse avevano inteso male. La faccenda è che da questo momento sono considerato tra i colpevoli. Il partito chiede alla Sezione del mio paese di giudicare la mia posizione. La Sezione studia la questione e decide di non fare niente. E io ricevo ancora la tessera del partito. Allora la Federazione di Reggio scrive alla Federazione di Milano dicendo che Fortichiari è di Milano e di decidere. La Federazione di Milano risponde che non c’entra. Insomma non trovavano una sezione disposta a procedere nei miei confronti. Il fatto è che contro di me non c’è stato un procedimento regolare, non c’è stata neppure una convocazione. C’è soltanto che un giorno su «l’Unità» del 4 luglio 1956 c’è scritto: “Fortichiari non è più delpartito”. Senza nessuna motivazione».

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(15)

I Gruppi anarchici di azione proletaria, nascono nel 1951 e rappresentano di fatto la scissione su basi comuniste libertarie di una componente del movimento anarchico dalla Federazione anarchica italiana. I gaap parteciperanno attivamente alle iniziative di
Azione comunista. Dopo l’espulsione di Masini, Seniga, Raimondi e altri, Cervetto e Parodi diventano i leader dell’organizzazione che prenderà il nome di Lotta comunista.

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(16)

Intervista a Giorgio Galli, luglio 2010.

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(17)

Bruno Rizzi (1901-1977) è stato uno dei pensatori più originali della tradizione marxista. Nei suoi testi, tra cui segnaliamo La burocratizzazione del mondo e Il collettivismo burocratico, ha teorizzato, ancora prima dello iugoslavo Milovan Gilas, la nascita in Unione Sovietica di una «nuova classe» di burocrati, che rischiava di riportare il mondo ad un modello economico di tipo «feudale».

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(18) Gino era uno dei due soprannomi utilizzati da Giulio Seniga. Nino era il nome di battaglia partigiano mentre Gino era il nome utilizzato in famiglia. Gino era utilizzato anche con le persone più care e con alcuni amici inglesi e francesi. È interessante notare che i soprannomi utilizzati nella corrispondenza tra Seniga e André Marty erano rispettivamente «Gino» e «Pietro».

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(19)

Nell’ agosto 1956 Seniga si era recato in Belgio anche per documentare per «Azione Comunista» la tragedia di Marcinelle in cui erano morti 263 minatori, molti dei quali immigrati italiani. Vedi: Inchiesta tra i minatori, la strage di Marcinelle in «Un bagaglio
che scotta», cit.

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(20)

Pier Carlo Masini un profilo a più voci, a cura di G. Mangini. Bergamo, Bergomum civica biblioteca Angelo Mai, n.3, 2001.

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(21)

Ibid p. 129

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(22)

Quello che segue è il testo del volantino, firmato da i compagni di azione comunista: «infamia – A Parigi l’ambasciatore russo porta a De Gaulle le felicitazioni di Krusciev. A Mosca il nazista Krupp è ricevuto con tutti gli onori dai capi russi. A Budapest sono stati assassinati i comunisti Nagy, Maleter, Gimez , Zilagy. A Roma i capi del pci solidarizzano coi boia. Viva i coraggiosi combattenti della rivolta popolare ungherese. Infamia a Togliatti,
Longo, Amendola».

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(23)

La decisione di fucilare Nagy e i suoi compagni fu approvata tra gli altri da Togliatti e Thorez nel corso di vari incontri di dirigenti comunisti internazionali, tenutisi a Mosca nel novembre 1957. In quell’occasione Togliatti avrebbe chiesto e ottenuto di posticipare
l’esecuzione dopo le elezioni italiane del maggio 1958. Si veda V. Zavlavsky, Lo stalinismo e la sinistra italiana, Milano, Mondadori, 2004, p. 198.

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(24)

Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Seduta di mercoledì 18 giugno 1958.

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(25)

«Dopo una lunga serie di dilazioni e temporeggiamenti il Seniga ha definitivamente dimostrato di non voler accettare quell’equilibrio, quel metodo e soprattutto quei controlli che sono implicitamente accettati da chi assume responsabilità politiche, organizzative
e amministrative in un organo direttivo collegiale» dal n. 44 di «Azione comunista», 10 aprile 1959. La riposta di Giulio Seniga: Lettera aperta ai Lettori e ai compagni di Azione Comunista è riportata in Credevo nel Partito, pp. 169-183.

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(26)

«La Dc compensava le riforme che non faceva con la “promozione sociale”. In quel periodo iniziavo ad utilizzare questo tipo di categorie sociologiche, qualche volta ne parlavo con tuo padre, che mi ascoltava ma non erano discorsi che lo convincevano. Io vedevo quello che succedeva a Milano, c’erano persone, amministratori locali, che avevano uno stipendio da funzionario di partito (più o meno quello di un operaio specializzato) che in poco tempo iniziavano ad andare in giro con vestiti eleganti. Questo 10 anni prima di Craxi. Perché, anche se lui sviluppò questo sistema e gli fu fatale, il partito di De Martino era già in questo sistema. Vedevo che questa era proprio una strategia della Democrazia cristiana, dicevano: “non gli possiamo dare le riforme ma intanto li facciamo diventare amministratori dell’Enel, li facciamo entrare nelle aziende”. Così questo gruppo di funzionari politici diventò molto simile ad una piccola nomenclatura» Intervista a Giorgio Galli, luglio 2010.

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(27)

U. Alfassio Grimaldi, Dietro lo scaffale di Azione Comune, «Mondo operaio», febbraio-marzo 1965, pp. 62-66.

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(28)

Vedi sentenza del 27 ottobre 1975 emessa dal Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio del Tribunale di Milano.

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(29)

Pietro Valpreda è stato scarcerato il 29 dicembre 1972 e definitivamente assolto, per insufficienza di prove, nel 1979.

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(30)

Tripartito Dc-Psi-Pri con primo ministro Mariano Rumor.

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(31)

Riproduciamo le prime righe dell’articolo: «Nell’aprile scorso a Roma, durante la presentazione del libro del compagno Piercarlo Masini “Da Bakunin a Malatesta”, i compagni della Fai dissero: “Le bombe degli anarchici sono oggi emigrate a destra”. Dunque gli anarchici, quelli veri, […] oggi come ieri sono i primi a disapprovare e condannare il terrorismo e la violenza come mezzo di lotta e di trionfo dell’idea. Anche l’eccidio del Diana, del quale si è tanto parlato in questi giorni, col proposito di indicare come unica matrice dell’attentato di Piazza Fontana la componente anarchica del movimento operaio, non solo fu opera bestiale di anarchici, ma dietro a loro operava la lunga mano dell’istigazione diretta ed indiretta del fascismo. L’anarchico Gigi Damiani, nella sua presentazione al libro del Mariani, “Le memorie di un ex-terrorista” scrive a proposito del “deprecato attentato del Diana”: […] “Dirò di più. Come si volle che si arrivasse, io già lo ebbi a dire altre volte, e cominciai col dirlo al giudice istruttore: quell’attentato va annoverato tra i delitti di Stato».

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(32)

«L’inchiesta del Collettivo di controinformazione su Piazza Fontana diventò un libro che venne pubblicato il 13 giugno 1970: La strage di Stato. Raramente un titolo ha riassunto con tanta efficacia il contenuto di un libro e, probabilmente, questo fu il primo motivo del suo successo. (…) D’altra parte non mancavano limiti, errori o imprecisioni. Lo «scivolone» peggiore era l’accusa a Giulio Seniga di aver avvicinato militanti dell’estrema sinistra offrendo denaro di dubbia provenienza. Seniga era stato comandante partigiano e segretario personale di Pietro Secchia; nel 1954 (e non nel 1949, come scrive il libro) era uscito dal Pci dando vita ad Azione comunista, per passare poi al psi (mentre il libro lo dipingeva vicino ai socialdemocratici). Ovviamente l’interessato smentì la circostanza con toni duri, pur non sporgendo querela per non associarsi «alla campagna della destra contro il libro». Nell’edizione del 1972 i responsabili della pubblicazione presero candidamente
atto della smentita, senza fornire spiegazioni o scuse di sorta e tacendo questa lettera che, privatamente, lo stesso editore Savelli aveva inviato a Seniga l’8 ottobre 1970:

Caro Seniga, ho ricevuto la tua lettera del 6 ottobre e ho preso atto delle smentite pubblicate dall’«Avanti!» del 31/7/70, «Panorama» del 16/7/70 e «Il Mondo» del 23/8/70. Prendo atto della tua dichiarazione che le notizie sul tuo conto riferite nella «strage di Stato», da noi edito, sono prive di fondamento e ti assicuro quindi che le prossime edizioni del libro in questione non conterranno la nota 4 a pagina 120. Con le scuse e i miei migliori saluti,

Giulio Savelli.


Invece la nota ricompariva uguale nella ristampa del 1972 (a p. 140), attestando un comportamento davvero piuttosto disinvolto.»

A. Giannuli, Bombe a Inchiostro, Milano, Bur Rcs , 2008, p. 43.

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(33)

Su questa vicenda riporto una testimonianza dell’ex sindaco di Milano Carlo Tognoli: «Il comitato esecutivo dell’Udai si metteva a disposizione delle Br purché si liberasse Aldo Moro, ma il «Corriere d’Informazione» uscì con il titolo: Il sindaco di Milano si offre in ostaggio al posto di Moro, perché tra i nomi del comitato esecutivo c’era anche il mio. In realtà la linea di Seniga era in parallelo con quella di Craxi, che sosteneva l’opportunità di
fare qualche passo per salvare la vita di Moro. Quello di Seniga non era solo un gesto di coraggio ma era un gesto politico molto importante». Intervista registrata il 27 ottobre 2010.

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(34)

La vicenda è ricostruita nel libro di G. Pacini, Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio Affari riservati del Viminale (1919-1984), Roma, Nutrimenti, 2010, p. 44.

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(35)

Federico Umberto D’Amato è stato per anni il titolare della rubrica gastronomica Gault e Millau del settimanale «L’Espresso» e ha pubblicato il libro Menu e Dossier, ricordi e divagazioni di un poliziotto gastronomo, Milano, Rizzoli, 1984.

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(36)

Nel luglio 1969, solo due anni dopo la conclusione di un travagliato processo di unificazione tra socialisti e socialdemocratici, una nuova scissione dal psi da vita al Partito socialista unitario (Psu), che nel febbraio 1971 diventa Partito socialista democratico
italiano (Psdi).

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(37)

ag , Autobiografie, b16, fasc. 5, “Nota autobiografica”, s.d. [anni Settanta]. Documento fuori consultazione.

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